L’anima smarrita di Olga Tokarçzuk

E’ grazie alla casa editrice Topipittori che quest’anno abbiamo fatto una felicissima scoperta. Olga Tokarçzuk, prolifica scrittrice polacca dalla sensibilità mistica, vincitrice nel 2018 del premio Nobel per la letteratura, ha scritto una meravigliosa favola dal titolo L’anima smarrita, storia dalle connotazioni metaforiche e spirituali.
Illustrato dalla connazionale Joanna Concejo, il libro ha vinto la Menzione Speciale del Bologna Ragazzi Award 2018 ed è stato inserito nei White Ravens 2019.

Olga Tokarçzuk, Joanna Concejo, “L’anima smarrita”, traduzione di Raffaella Belletti, Topipittori, settembre 2018

In una società che preme, sospinge, accelera, fagocita è difficile rimanere al passo con se stessi. La Tokarçzuk ce ne offre una visione potentissima attraverso il concetto dello “smarrimento” delle nostre anime. Le immaginiamo così, perse, nel frastuono di un attraversamento. Al semaforo di una strada che ci sta portando chissà dove. In mezzo ad una piazza affollata. In un bar insieme ai resti del conto di un caffè consumato in tutta fretta. Eppure in chi le ha perdute, comincia ad insinuarsi come una mancanza. La sensazione che qualcosa si sia allontanato per non ritornare. Un vuoto. Proprio al centro del petto.

L’albo si apre e sul risguardo troviamo una foto. Sembra molto vecchia. Forse una veduta di Sulechów, la città natale della Tokarçzuk. Si gira pagina e ci si ritrova immersi in un paesaggio invernale. Bambini giocano nella neve. C’è chi è seduto su una panchina, c’è persino un cane. Ognuno lascia la sua orma nella neve, come fosse un’orma nel tempo. Sono pagine sprofondate nel silenzio, dove persino gli schiamazzi gioiosi dei bambini arrivano come un’eco lontana. 

Olga Tokarçzuk, Joanna Concejo, “L’anima smarrita”, traduzione di Raffaella Belletti, Topipittori, settembre 2018

Tra una tavola e l’altra una pagina vuota che contiene solo una piccola didascalia: 

Se qualcuno fosse in grado di guardarci dall’alto,

vedrebbe che il mondo è pieno di persone che

corrono in fretta e furia, sudate e stanche morte,

nonché delle loro anime smarrite.

Giriamo pagina e siamo di nuovo fra la neve. Una slitta, un pupazzo, due figure si tengono per mano. Due bambini su una panchina si scambiano un paio di guanti. Poi il frontespizio e la storia comincia: un uomo di nome Jan ha smarrito la sua anima e la sua dottoressa gli consiglia di sedersi ed aspettare che faccia ritorno.

Olga Tokarçzuk, Joanna Concejo, “L’anima smarrita”, traduzione di Raffaella Belletti, Topipittori, settembre 2018

La Concejo ha una propensione particolare nel rappresentare le attese, i tempi sospesi. E Jan deve aspettare, giorni, mesi, anni. 
Le tavole ci proiettano in un bosco, un lucido separa le tavole. Possiamo vedere cosa c’è prima e intuire cosa ci sarà dopo, come per lo scorrere del tempo. 

I disegni ci riportano nei luoghi abitati all’inizio del libro, che ora giacciono quasi dimenticati nella luce della sera. Nell’apparente immobilità dei giorni, solo le piante fioriscono rigogliose in ambienti saturi di ricordi. Le piante, simbolo di una vita interiore che lentamente ha ricominciato a fiorire e a lasciarsi alle spalle l’aridità di una metropoli che aveva annichilito il protagonista.
È come un’intuizione e ci rendiamo conto che la casa che lo ospita non è una casa qualsiasi. È quella dove si è svolta la sua vita familiare, da generazioni. Quella che sussurra memoria dai muri, dagli oggetti, dalle tazzine sbeccate, dai centrini macchiati, dalle lettere ingiallite, dai cucini sprimacciati. Quella in cui, seduti ad una tavola di legno duro, i capelli crescono senza che nessuno si preoccupi di tagliarli e così la barba che arriva al petto. Ma sopra ogni cosa, quella che ha visto trascorrere il momento più puro e autentico della vita di un individuo, ovvero la sua infanzia: le corse attorno alle sedie del soggiorno, i compiti sulla stessa tavola di fronte alla quale ora ci si siede in attesa di un’ospite, le cui sembianze paiono avvolte nel mistero.

Olga Tokarçzuk, Joanna Concejo, “L’anima smarrita”, traduzione di Raffaella Belletti, Topipittori, settembre 2018

Da contraltare alle magnifiche illustrazioni che ritraggono quest’uomo di spalle, quelle di una bambina. Prima seduta al tavolino di una trattoria, poi in riva al mare e infine su un treno, in viaggio.
È lei l’anima che Jan stava aspettando. Il loro incontro è una doppia tavola di profonda potenza espressiva e toccante lirismo. Due volti, uno accanto all’altro. Si ha la percezione che si stiano guardando negli occhi. E questo contatto li riporta indietro nel tempo. All’infanzia e ai giochi condivisi. E a quei due bambini che su una panchina si scambiano un paio di guanti. 

La Tokarçzuk ce lo dice chiaramente: c’è un tempo in cui il legame con la nostra anima è oltremodo saldo ed è quello dell’infanzia, e se riusciamo a conservare in noi la nostra parte bambina, allora questa non andrà mai smarrita. 
Un albo straordinario che è un inno alla fanciullezza e alla sua incorruttibile integrità.

Olga Tokarçzuk, Joanna Concejo, “L’anima smarrita”, traduzione di Raffaella Belletti, Topipittori, settembre 2018
Olga Tokarçzuk, Joanna Concejo, “L’anima smarrita”, traduzione di Raffaella Belletti, Topipittori, settembre 2018

©ZazieVostok

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